• 30 Settembre

    di Giovanna Gagliardi

    Beatriz s’infilò il cappotto, diede un ultimo sguardo alla piccola stanza rischiarata dal giorno nascente e oltrepassò l’uscio di casa. “Non è poi così male” pensò, ed era vero. C’era gente nel quartiere che abitava insulse stamberghe di legno dove persino il sole si dimenticava di entrare e il vento che percuoteva le finestre minacciava di buttar giù le pareti come carte da gioco.

    Avanzò rapida attraverso l’aria fredda del mattino. Nella piazza della Virgen i venditori armavano i loro banchetti in una bruma che addolciva i contorni degli oggetti. Beatriz indirizzò loro un cenno di buongiorno e si diresse verso la chiesa della Virgen del Carmen. Diede un saluto alla donnina dall’aria gentile che dominava l’altare col nimbo e la corona, si segnò e, dopo aver sussurrato qualche parolina al suo orecchio, fu di nuovo in strada.

    Giunse alla stazione degli autobus quando il sole affiorava appena dal crinale tagliente delle Ande. Le baracche di legno col tetto d’eternit si arrampicavano fin lassù, pareva avessero messo radici come gli alberi per restare in equilibrio tra rampe di scale che incidevano i fianchi scoscesi dei monti. Visto da là il barrio Veinte de Julio, dove era nata e aveva trascorso tutta la sua vita, le sembrò un’unica grande abitazione a cielo aperto.

    Il padrone, invece, viveva al centro città e, per raggiungere il suo attico elegante nel quartiere Soledad, Beatriz avrebbe impiegato circa un’ora. Il pullman avrebbe sfrecciato lungo le strade colorate dove gli edifici sgomitavano per la loro fetta di cielo, dove i ragazzini avrebbero giocato a calcio nelle pozzanghere e qualche vecchio figlio della strada si sarebbe lasciato andare al suolo grigio, vinto dall’alcool e dai vizi della notte.

    Era abituata al fragore dei quartieri popolari, quel tanto che basta per sentirsi spaesata nell’ordine metodico dei distretti di lusso. Così, quando montò sul pullman affollato, ebbe la sensazione di viaggiare per un luogo che non le apparteneva e restò incollata al finestrino a scorrere le facce anonime dei palazzi e la campagna sempre più rada, finché non si assopì sul sediolino, la testa penzoloni, che oscillava a ogni curva.

    La riscosse una frenata brusca, l’annuncio sonoro della sua fermata agli altoparlanti. Si fece largo tra la calca e in un baleno fu fuori.

    Un capannello di persone invadeva la banchina. Non sembravano in attesa di autobus, avevano l’aria piuttosto affaccendata e Beatriz riuscì a scorgere tra loro un banchetto su cui la gente si chinava a scribacchiare. Un uomo vestito di nero le andò incontro sventolando un foglio, le chiese di firmare una petizione.

    «Per annullare il referendum del 2 ottobre.» le disse.

    Alle sue spalle un grosso murales ritraeva una donna indigena che stringeva tra le mani due colombe bianche. “La paz es nuestra”, la pace è nostra recitava la scritta.

    «Credo proprio che siate nel posto sbagliato per lanciare petizioni contro la pace tra il governo e le FARC» disse Beatriz indicando il murales. L’uomo si girò stupito, poi il volto gli si accese d’ira, controbatté che col nemico non ci può esser pace. Beatriz non rispose, riprese a camminare.

    Il suo sguardo s’incrociò con quello di un vecchio contadino, andava con un asino di negozio in negozio, alla ricerca di scarti alimentari per il suo orto cittadino. Anche lei aveva dei parenti contadini al sud, avevano conosciuto la guerriglia e i paramilitari, i loro proiettili rabbiosi, le costrizioni, i tormenti, avevano dovuto rinunciare alla terra e al bestiame. Avevano salutato i loro cari per sempre. Alcuni si erano trasferiti a Bogotá, eterni ospiti di amici, vivevano vendendo caramelle ai semafori. La pace non era una faccenda da potersi rimandare.

    Camminò ancora per qualche isolato, la città le sembrò una bambina con le guance disegnate, ogni edificio il suo murales che gridava una storia senza voce, poi attraversò un viale alberato e a quel punto era sempre come penetrare un altro mondo. La Soledad era un grande salotto ricercato con arredo all’ultimo grido, solo senza tetto.

    Entrò nell’attico del padrone. A quell’ora lui era già a lavoro, ma in casa trovò sua madre e un paio di amiche con i veli neri in testa e i grani del rosario che scorrevano tra le loro dita nodose. Pregavano la Vergine del Carmine su un altare piangente di petali rosa, pregavano i loro morti. Avrebbero mai pregato per la pace? Beatriz le vide scrivere suppliche su fogli accartocciati, poi darli alle fiamme. Non tutti avevano pagato un prezzo per via del conflitto e alcuni preferivano lavarsene le mani.

    Si infilò il grembiule e gettò un’occhiata fugace alla sua Bogotá, distesa come un manto che nasconde la terra al di là delle vetrate. Da lì su si arrivava a percepire la coltre di smog che appannava il cielo. In lontananza avrebbe potuto scorgere il barrio Veinte de Julio, dei piccoli puntini marroni avvinghiati ai monti, se solo la foschia lo avesse permesso.

    “Da alcune prospettive è tutto più facile,” pensò, “si abbraccia l’insieme, ma mancano i dettagli, così si possono chiudere gli occhi senza sentirsi colpevoli”.

    Afferrò il piumino e senza concedersi altro indugio iniziò a spolverare.

    Era il 30 settembre, ancora due giorni e poi forse la pace.