• Andalucia e la ricerca della bellezza

    di Vincenzo Forino

    Quando si idealizza qualcosa, sia che si tratti di una persona, sia che si tratti di un luogo, si finisce sempre, inesorabilmente, per rimanere delusi. O quantomeno non appagati quanto ci si aspettava. L’Andalusia è una terra di confine, e come tale ha subito nell’arco della sua storia l’influenza di varie culture. Oggi però è succube, come tutto il continente nel quale è incastonata, della “cultura” dominante e cioè quella globalizzante degli Stati Uniti.

    Perciò chi come me sperava, andandoci, di trovare esclusivamente genuinità, tipicità e autenticità, non poteva che rimanere deluso. Io che prima di partire non ho voluto informarmi su nulla per il piacere di essere stupito e per l’esigenza di non fare il turista, mi aspettavo (in maniera anche un po’ infantile) di essere proiettato in un luogo avulso dagli irrequieti cambiamenti contemporanei. Una terra sospesa nel tempo, in cui la fusione tra culture, quella araba e quella occidentale, ha generato qualcosa di sublime. In effetti la fusione c’è stata. Il problema però è che una di esse ha sopraffatto l’altra (almeno in questo periodo storico) e ciò che ha da offrire (questa) non è altro che decadenza.

    Girovagando in questi posti, pare quasi di trovarsi all’interno di una battaglia, nella quale da un lato vi è la storia, l’arte e la bellezza che cercano di resistere, dall’altro il nulla economicizzato che avanza e si fa strada con la violenza.

    Da un lato quindi la sensualità accattivante dei vicoletti di Siviglia e il fascino di Granada, dall’altro un numero impressionante di senzatetto che dormono per le strade dei centri storici e un numero spaventoso di vie costellate da negozi, anche antichi, chiusi per via della “crisi”. Gli unici che sopravvivono sono quelli di souvenir che ormai in tutte le città d’Europa vendono la stessa merce omologata, oltre ai sempreverdi Burger King e McDonalds. Da un lato la spiaggia di Algericas schiacciata tra il porto più importante di Spagna ed una raffineria di petrolio, (dove tutti i cittadini del posto facevano il bagno come se nulla fosse ed ignari di ciò a cui andavano incontro), dall’altro Bolonia. Una stupenda spiaggia distante qualche chilometro da Tarifa con cavalli, mucche e tori che la abitano, una duna imponente che la sovrasta ed un bosco che la circoscrive.

    Anche qui però le piacevoli sensazioni provate dal viaggiatore che rimaneva incantato dal paesaggio, inebriato dai profumi selvaggi, illuso di aver finalmente trovato l’amenità, venivano sciupate dalla vista di rifiuti urbani portati dal vento (ma lasciati da qualcuno) che facevano capolino qua e là. Riconducendo così, con un pugno in faccia, il viaggiatore stesso alla realtà. La questione purtroppo è che non solo non esistono più luoghi inesplorati, ma neanche più territori che non sono stati raggiunti dall’economia di mercato e dal conseguente consumo schizofrenico.

    Da tale situazione però abbiamo il bisogno (e il dovere) di trarre il meglio.

    É ciò che è stato fatto a Marinaleda. Una cittadina dell’entroterra andaluso (che mi permetto di definire assai più bello della costa) nella quale dal 1979 governa la città il sindaco Gordillo. Un pacifista che indossa quotidianamente la kefiah filopalestinese e che guida gli espropri proletari nei supermercati di Siviglia e l’occupazione di terre incolte appartenenti ai grandi proprietari terrieri. Una città che ha azzerato la disoccupazione (nella regione con il più alto tasso di disoccupati d’Europa) inventando le cooperative ortofrutticole comunali, nelle quali tutti, ma proprio tutti, guadagnano 1128 euro al mese.

    In questo luogo inoltre (dove non esiste la polizia locale) il comune regala le terre ai cittadini per far si che possano costruire le proprie case, anticipando i soldi. Purchè il proprietario collabori alla costruzione della stessa e restituisca il denaro con rate da 15 euro al mese. Tutto ciò dimostra non soltanto come quello andaluso sia un grande popolo, ma che l’alternativa al sistema dominante basato sulla ricchezza a discapito della felicità, esiste, contrariamente a quanti la definiscono utopia in maniera dispregiativa. Dal canto mio, ho imparato che quando si viaggia non bisogna avere alcun tipo di aspettative né tanto meno alcun tipo di pregiudizio se si vuole davvero assorbire l’essenza dei luoghi visitati e portare a casa un bagaglio d’esperienza e sensazioni mai provate.

    Ma soprattutto ho capito che la bellezza è ovunque e sta alle nostre capacità (e alle nostra sensibilità) riuscire a scovarla.

    La bellezza per essere realmente tale non può che durare un attimo, un attimo talvolta alternato dal nulla. Una parentesi.

    Il nostro dovere, e il mio scopo, è quello di farla nostra. Di farla mia e di offrirla all’altro, per non goderne da solo ma metterla a disposizione di tutti. Questo non soltanto per il “semplice” gaudio, ma per proporla come forma di Resistenza. Resistenza rispetto al grigiore che ci circonda, rispetto ad una sottocultura parassitaria e autodistruttiva che talvolta sembra avere la meglio. E che vada a coadiuvare la Resistenza più propriamente detta. La lotta senza la bellezza non ha alcuna possibilità di vittoria, così come la bellezza senza la lotta diventa fine a se stessa.

    Dostoevskij una volta disse che la bellezza avrebbe salvato il mondo. Aveva ragione soltanto in parte, perchè in realtà siamo noi che attraverso la bellezza (e la lotta) dobbiamo cambiare, migliorare il mondo e salvare la bellezza stessa.