• Collettivo Extravesuviana

    • giugno 11, 2012 in Parole

    Aret addu’ Giuvann’ (sotto casa di Lidia)

    di Lidia Passaro

    Questa è la storia di un vecchio portone d’alluminio e tre gradini all’ombra della Caserma “Principe Amedeo”. Nome altisonante, quello del Principe, però purtroppo genera il vuoto nella nostra memoria… se invece dico ’48 evoco scenari di storia locale ben più familiari, contemporanei e non.

    Ebbene, molti di quelli della mia generazione hanno poggiato – almeno una volta – il loro didietro su quei gradini. Alcuni fra i più giovani invece avranno solo sentito parlare del “viale” – “aret’ addu’ Giuvann'” – dedica questa che a me ha sempre creato non poco disappunto, giacché quel portone e quei gradini erano l’ingresso della mia, di casa. Giovanni abitava solo dirimpetto, ma si era guadagnato un posto di rilievo nella toponomastica non scritta della zona grazie ad un brutto incidente in motorino, che lo costrinse a letto durante una lunga e calda estate di fine anni ’90 e che causò la repentina trasmigrazione di amici solidali e conoscenti curiosi dalla vicina “piazzetta” al viale di casa sua. E di casa mia.

    Nell’ estate di periferia, quando sei giovane e facebook non esiste ancora, di fatto non c’è molto da fare e le giornate scorrono più o meno uguali le une alle altre. Il punto d’incontro designato inizia a popolarsi in tarda mattinata, quando gli affezionati arrivano alla spicciolata, ancora assonnati ma già pronti a commentare la serata precedente e a sfumacchiare le prime sigarette. Pausa pranzo e in breve ci si ritrova per interminabili pomeriggi fatti di chiacchiere e risate, interrotti solo da lunghi giri in motorino – prendere il vento in faccia senza casco sotto il sole di luglio ti fa sentire libero e vivo.  A casa per doccia e cena e via di nuovo lì, senza il bisogno di fissare appuntamenti o stabilire orari, tanto in qualunque momento arrivi c’è sempre qualcuno ad aspettarti – e questo è un privilegio che solo noi provinciali conosciamo, in città la rete sociale non si muove certo su binari così tanto regolari.

    Nonostante dopo quell’estate lo sfortunato Giovanni si fosse ormai rimesso e non avesse più bisogno del nostro costante conforto, l’abitudine di incontrarci “dietro al viale” durò a lungo – almeno un quinquennio – e su quei gradini trovarono posto decine di giovani, dall’agro al mandamento, fino alla terra di lavoro. Davanti a quel portone consumato sfilarono i personaggi più improbabili del circondario: la pizzaiola Mimeva ne era regina indiscussa, follia estrema alternata a momenti di lucidità disarmante, poi Alfonso, il tossico gentiluomo, e ancora la signora dei cani, prostituta per vocazione più che per necessità.

    Gli abitanti del palazzo dopo un paio d’anni si erano rassegnati ai Pearl Jam ad alto volume e al vociare ininterrotto fino a notte fonda, stremati e sconfitti dopo lunghi periodi di lotta senza quartiere, fatta di minacce inascoltate e goffi tentavi di sabotaggio. Neppure le forze dell’ordine riuscirono mai a comporre quel disordine allegro e sfrontato, e finivano per andar via con lo sguardo torvo e un sorriso soffocato sulle labbra, mentre la risata beffarda di Mimeva risuonava lungo il viale, irriverente di fronte a qualunque autorità.

    Il vecchio portone d’alluminio a un certo punto fu sostituito, ma la sua cornice continuò a fare da sfondo ai gavettoni nelle giornate di baldoria estiva e ai discorsi annoiati nelle serate di freddo invernale, che a quell’età niente ti costringe a casa, né il sudore che ti scende sulle tempie né i denti che battono per il freddo, continui a resistere, ridere e a sognare, stordito dal fumo e dalla birra. Passarono le stagioni e sui quei gradini fiorirono grandi amicizie e amori appassionati, si crearono e si ruppero alleanze, si susseguirono esperimenti musicali più o meno felici, si consumarono scherzi malvagi, bugie e tradimenti. Su quei gradini ricevemmo la notizia della perdita di uno di noi e per la prima volta capimmo che la realtà era più grande e sfuggiva al nostro controllo. Allora restammo muti, increduli.

    Poi venne l’università insieme con i primi lavori, alcuni andarono via, molti restarono, ma pian piano lo studio e gli impegni occuparono i nostri pomeriggi, e di sera iniziavamo a preferire un film sul divano di casa a ore spese a parlare di nulla dentro macchine parcheggiate lungo un marciapiede.
    Oggi non c’è più nessuno di noi seduto su quei gradini, e anche Giovanni si è trasferito altrove. Resta solo Mimeva a guardia della nostra strada, sempre più piccola e rugosa, e gli abitanti del palazzo, ormai anziani, a volte ancora si rammaricano della fine di quella tanto vituperata stagione, perché nonostante tutto la nostra presenza faceva loro compagnia e finanche li rassicurava, presidio permanente e inconsapevole contro ladri e malintenzionati.

    Ad ogni ritorno, ritrovo le orme indelebili dei motorini impressi nell’asfalto e i nostri nomi incisi sui muri scoloriti, tracce tangibili di un passato non così lontano eppure già ricordo. E ogni volta che richiudo il portone dietro le mie spalle provo un sentimento strano, misto di nostalgia e di soddisfatta completezza, perché i Pearl Jam possono smettere di fare dischi, i muri scolorire e i vecchi portoni essere sostituiti, ma quella storia è la nostra e nessuno mai ce la porterà via.