• Il bambino, la mamma, la ragazza e i Radiohead at Visarno Arena, Firenze.

     

     

    Be a child, form a circle
    Before we all go under
    And fade out again
    (Street Spirit Fade Out)

     

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    Mi son sentito assai stupido e inopportuno dopo gli attentati di Manchester per una frase scritta qualche tempo fa sul mio profilo instagram: i wanna live and die in a rock concert. Ho provato forte fastidio per una sciocchezza di parole. Sentivo il bisogno di provare un senso di colpa.

    Sono appena entrato nell’arena del Visarno e le prime due persone che mi saltano all’occhio sono una giovane madre ed un bambino di uno, massimo due anni. Il rocker coi capelli biondi è nel passeggino, sembra divertirsi, ride e scherza con la madre, ha delle grandi cuffie anti rumore che mettono ancora più in risalto due grandi occhi azzurri.

    Chissà se questo principio di vita un giorno si ricorderà di questo giorno, di esser stato uno delle decine di migliaia di presenti in una sera di giugno a Firenze per il live dei Radiohead. Chissà se questo schizzo di esistenza venuta su dopo circa venti anni da Ok Computer la amerà o la odierà la band dell’Oxfordshire. Che musica ascolterà tra qualche anno? Su quali canzoni farà affidamento? Chissà quale suoni, quali parole gli saranno accanto quando nella sua vita gli capiteranno tutta una serie di cose, cose più significative, quale la gioia per il suo primo lavoro oppure il dolore per una separazione, ma anche fatti apparentemente meno importanti come dover convivere come una vescica sotto un piede o dimenticarsi del rinnovo della propria patente in scadenza.

    Mi faccio tutta una serie di domande senza senso e senza risposte ma la mamma, il bambino e tutta la magia che c’è nell’aria mi trasmettono un senso di pace e quiete. Non sono tra quelli che credono nella superiorità di una civiltà sull’altra. Credo in notti come questa. Mi fanno sentire parte di qualcosa che resta. E’ una notte in cui ci diamo una possibilità tra le infinite che ci concede la nostra vita. E’ una liturgia silenziosa a cui il nostro sistema economico-sociale dovrebbe render grazia. E’ un modo di vivere che ferma quello conta a dispetto di una società con la faccia eternamente incazzata e che va sempre di fretta.

    I Radiohead iniziano puntuali. Hanno fatto le scuole alte, nessun dubbio. Da questo momento in poi, per la prima volta da che vado ad un concerto, non avrò mai il piacere di vedere il cantante della band dalla mia posizione. Sarà un dettaglio trascurabile.

    A proposito di parti significative (metà all’inverso – efil ym fo flah) della propria vita si parte con l’incedere rarefatto e malinconico di Daydreaming. Thom Yorke e compagni, nonostante carte scadute e vesciche, a dispetto di piccole e grandi morti, sono ancora qui a servirci e a servire quella musica in cui hanno sempre creduto.

    Thom Yorke canta che i sognatori non impareranno mai mentre io, i miei terribili demoni gentili e i mie compagni d’avventura cerchiamo un posto nella folla. Un uomo cui sarò sempre grato, che si è fatto 500 km per arrivare all’arena e se ne rifà altri 500 per riportarmi nell’agronolano, mi solleva in alto e scopro di trovarmi in un oceano di persone e di polvere. Mai provato una sensazione cosi profonda di insignificanza. E’ come svanire per dare nuovo significato. Capisco che la mia posizione deve restare quella perché, bene o male, ha a che fare con la mia condizione non dissimile peraltro da quella delle altre cinquantamila gocce. E allora resto lì per ascoltare e vivermi questa notte.

    I maxi-schermi proiettano astrazioni e immagini dei membri della band intenti nel suonare. Se ne coglie la concentrazione, lo sforzo, la profonda e turbolenta devozione . E’ come se fossero dei rappezzamenti che si moltiplicano. Come se più immagini in macerie venissero su in una visione di insieme e formassero qualcosa di fronte a cui si prova stupore. I Radiohead immergono la loro anima nell’amore. Sono i cocci di gioie e di separazioni, i giorni e i sogni andati in frantumi che creano un’arte superiore.

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    La chitarra di Airbag è accolta con il chiasso di un’ovazione. Il concerto sarà in larga misura un omaggio ad Ok Computer. Si susseguono una dopo l’altra canzoni che hanno segnato le svolte musicali della band. Let it Down, Lucky, Pyramid Song, Everything In Its Right Place, Idioteque, Weird Fisches/Arpeggi, la musica dei Radiohead chiama le parole e le parole le immagini e le immagini di nuovo i suoni. Che si sferragli di chitarra o ci si immerga nell’elettronica sperimentale, è come essere in una dimensione altra in un cerchio perfetto che si dischiude. E’ uno svanire dentro di sé e in un ovunque.

    Il climax della prima parte è il suono della sola chitarra e voce di Exit Music (For a Film) nel silenzio irreale dell’arena: quel reiterato “we hope that you choke” schiumante rabbia è un ammutolito urlo di ritorno contro ogni ingiustizia, particolarmente sentito proprio nello stesso giorno, per esempio, in cui qualche uomo dell’anno nostrano, decide che ancora ragazze e ragazzi nati e cresciuti nella nostra terra e tra la nostra lingua, non possano considerarsi nostri concittadini.

    La prima parte del concerto finisce. Lo capisci dalla prima marea umana che risale.

    Prima che inizi il bis, ci tengo a fare i miei conti coi Radiohead. Con onestà, va considerato il fatto che sono tutt’altro che un fan della prima ora della band. I miei rapporti con Thom Yorke e compagni sono stati per tutti questi anni di cortesia assai formale. Io e i miei terribili demoni gentili e educati (quelli di sopra) quando Ok Computer cambiò i connotati del rock mondiale eravamo presi da altri centri gravitazionali. Ero cosi i’m a weirdo negli anni Novanta che un gruppo come il loro non me lo potevo permettere. Ero così addentro in quelle storie e quelle sensazioni che magari non era il caso farmene pure una colonna sonora. I Radiohead sono una band per cui ci vuole il tempo e l’esperienza. Così, pure apprezzando cotanta potenza espressiva e forza poetica, io continuavo a pulsare per il grunge di Seattle, la sua rabbia vorace e incandescente permetteva la sopravvivenza della mia educazione sentimentale/musicale. Negli anni seguenti molti mi han sempre parlato del loro folle amore per i Radiohead. Io ho sempre glissato. Chissà, forse non ero pronto per tutta questa bellezza. E’ stupefacente ora esserne immerso dentro. E’ diventata come una dipendenza da cui non riesco a risalire. Il mio amico di vecchia data Eddie Jerome Vedder mi perdonerà se a pochi giorni dal suo concerto di Firenze io continuo a preferirgli In Raimbow from the Basement. Forse ha ragione Cristina Donà a definire la loro musica quale musica classica contemporanea.

    Il set principale si conclude con la rockeggiante Bodysnatchers. “Tutto bene, Ne vuoi ancora?” scimmiotta buffo Thom Yorke al rientro mentre sui maxi-schermi compare ingigantito il suo occhio che scruta la folla.

    Il secondo set vede come suo fulcro la mirabile doppietta Paranoid Android – Street Spirit (Fade Out) ed è naturaliter, il boato. Sono milioni di scosse emozionali che ti danno nuovo equilibrio. Quando parte quella preghiera sconfinata che inizia con “Please could you stop the voice”, accanto a me c’è una ragazza. Io davvero non so chi cazzo sia. Ma ha tutto scritto in viso. E non c’è bisogno che io legga altro. E’ incantata. Se ti tuffi nella fitta vegetazione dei suoi occhi, ti ritrovi in pomeriggi a divorare “The Bends” in una musicassetta. Ricongiunge tutti i tempi della sua vita. Il futuro è dentro di lei e lei è altrove. Non ha bisogno di nessuno. E’ salda e piantata nella sua terra. Sono i suoi cinque minuti di rivalsa sfrontata. Non è più nella stanzetta della sua adolescenza, è una donna che si rivela. Rain down, rain down, come and rain down on me from a great heigh e le lacrime sul suo viso. E’ un tutt’uno. Per un attimo sogno che tutto potrebbe essere così, come questo momento. A lei devo i miei Radiohead. 

    Si va verso il finale con la meraviglia intima e assorta di Fake Plastic Trees. (“She looks like the real thing, She tastes like the real thing… But I can’t help the feeling, I could blow through the ceiling, if I just turn and run. And it wears me out”).

     Il congedo finale è la polizia del Karma. Trasognato e collettivo inno generazionale. Come ama dire Thom Yorke “E’ una canzone contro tutti i boss”. E’ il finale più bello. Una canzone di cui ci sarà sempre bisogno.

     

    SCALETTA:

    Daydreaming
    Desert island disk
    Ful stop
    Airbag
    15 step
    Myxomatosis
    Lucky
    Pyramid song
    Everything in its right place
    Let down
    Bloom
    Identikit
    Weird fishes/Arpeggi
    Idioteque
    The Numbers
    Exit Music (for a film)
    Bodysnatchers

    Bis:

    You and whose army?
    2+2=5
    There there
    Paranoid android
    Street spirit (Fade out)

    Secondo bis:

    Lotus flower
    Fake plastic trees
    Karma Police