• Cura ‘e paure cu mille culure

     *Per Seby e per Davide. E per Flora, Nina e Lolò.

    Rovistando nel cascione della memoria, Napoli–Roma nel mio vocabolario affettivo-sentimentale coincide essenzialmente con una sorta di “Attesa per la bellezza”.

    Quello – si sa – nella vita tutto si tiene: il presente chiama il passato e il futuro niente è che la summa di quello che siamo stati e siamo.

    6 Marzo 1988. Una giornata di pioggia e sole. Il mio affetto per marzo, per tutto ciò che è geniale e pazzo.

    E’ una giornata particolare per me: la prima volta in vita mia che vado a Roma.

    Per un uno come me, il viaggio a Roma significava varcare le colonne d’Ercole della fanciullezza. Fino ad allora il mio viaggio standard era  San Vitaliano – Mariglianella in Circumvesuviana per andare a emulare Holly Hutton e Bengji Price sulla stazione di Mariglianella (A proposito, e parlo a voi, Sebastiano e Davide: non ho mai accettato questa cosa che dovevo fare  Ted Carter. Io, già allora, mi sentivo la malattia nel cuore. Io volevo essere Julian Ross).

    Papà e mamma portavano a vedere ai loro occhi e all’irrequietezza mia e di mia sorella una mostra di un certo pittore il cui nome per me – come al solito – risultava impronunciabile.

    Un viaggio ignoto e meraviglioso: andare in pullman fino alla galleria nazionale d’arte moderna di Roma per vedere le opere del pazzesco olandese Vincent Van Gogh.

    van gogh

    Voglia o no, la sorte, il destino, Dio o chi per lui,  proprio quella giornata si giocava Napoli – Roma.

    Io mi ricordo che, quando arrivammo a Roma, c’era questa chilometrica fila in attesa.

    Sotto la pioggia di marzo che ben presto girò a sole, son stato con mio padre, mia madre e mia sorella ad aspettare per entrare. Ed è una cosa che, fino all’anno scorso, quando son stato al Van Gogh Museum di Amsterdam, io non ho mai potuto perdonare al genio sregolato orange.

    Io, mentre il Napoli perdeva in casa contro la Roma e si avviava a perdere il secondo scudetto per una impossibile rimonta del Milan, non mi capacitavo e non accettavo di stare in fila per una mostra d’arte.

    Quando entrammo dentro l’edificio però, e mi ritrovai  a vedere i quadri di questo Vincent, vi devo dire la verità qualche cosa mi si mosse dentro, un qualche cosa che io non ho mai avuto il coraggio di confessare a me stesso.

    Ero al cospetto di un qualcosa che mi era difficile da definire. Il Napoli perse 2 a 1 con la Roma ma i quadri di questo olandese è come se mi avessero lenito (un poco) il dolore per la sconfitta casalinga.

    L’attesa mi aveva condotto ad un qualcosa che mi rendeva meno bruciante la sconfitta. Avevo portato pazienza per prendermi, alla fine, comunque, la mia parte di bellezza alla Domenica. 

    holly e bengij

    Ora però – e vengo a ieri – è come se si fosse chiuso un cerchio.

    Anche la partita di sabato al San Paolo noi l’attendavamo da quella maledetta notte di Bilbao.

    Si sa, quello il terremoto è volere di Dio. E sabato, abbiamo potuto tutti ammirare un Napoli fenomenale e stratosferico, unico e geniale come il mastro pittore di Zundert.

    In questo derby del sole, è spuntato questo Napoli di beltà e liberazione. Un trionfo schiacciante ed estatico, scudisciante e mozzafiato. Abbiamo fatto all’amore al San Paolo con il Napoli che vorremmo sempre essere.

    La Roma ha dovuto ringraziare i pali, il pirata (a proposito,  la noto solo io la somiglianza tra Morgan De Sanctis e Van Gogh?) e la Madonna se  non è finita a tennis.

    Ho visto cose indicibili e stellari come quando per la prima volta vidi i quadri dell’olandese volante.

    Ho visto il terzo minuto del primo tempo. Gesto plastico e Pipitesco, Dio greco favoloso e risolutore. Ed è subito fulgore. Punita la presunzione gialla e rossa. Credevate  di venire qui a fare manbassa ma vi siete scetati con una mano dietro e l’altra avanti.

    Ho visto Pepe Reina in tribuna (perché Napoli non si dimentica, Napoli te la porti dentro) ed un Rafael Cabral, per la prima volta portiere sicuro e affidabile fra i pali. Come a dire ai suoi in  difesa: “Ci sto io qua, state senza pensier!”

    Ho visto David Lopez. Diga e Frangiflutti in mezzo al campo. Non si chiamerà Jefecito Mascherano ma  riduce ai minimi termini il cosiddetto miglior centrocampo d’Italia.  Fa un certo effetto vedere il guerriero Radja Nainggolan ridotto a mansueto agnellino. Tatticamente fondamentale.  Il carneade divenuto insostituibile.

    Ho visto Cristian Maggio mettere a  ferro e fuoco una fascia destra dal primo all’ultimo dei minuti.

    Ho visto Kalidou Koulibaly, oro nero prezioso. Sterminato e  arricreante. Muscoli d’acciaio e volontà di potenza. C’è un grande prato verde dove nasce una speranza che si chiama Kalidou.  Con Insigne, il migliore in campo.

    Ho visto il migliore Lorenzo Insigne di sempre. Lorenzo con gli occhi della tigre, Lorenzo essenziale condottiero. Voglio chiedergli pubblicamente scusa per tutte le volte che l’ho chiamato sisinella: critiche dettate dal cuore, dettate dal sapere che Lorenzo è talento cristallino, che gli manca poco per essere un vero leader, una grande eterna bandiera per i nostri colori. Lorenzino corri e dribbla che sei ormai un uomo. Fondamentale. Da Nazionale.

    napoli roma 1

    Davide e Sebastiano, lo so. Siete contenti: grazie alla vittoria del mio Napoli, la vostra squadra impronunciabile torna sola al primo posto.

    Al  San Paolo, lezione accademica di calcio. Don Raffaè come Don Benedetto Croce. Heri dicebamusUn Real Napoli Cabaret. Una dedica per le  ciuccivettole e per i sapientoni: sciacquatevi la bocca quando parlate di Don Raffaè.

    Abbiamo fatto Rock and roll.

    Cura ‘e  paure cu mille culure.

    Sin Prisa pero sin pausa.

    Avanti Napoli.

     

    * Nostra Signora dell’Azzurrità – Un Romanzo di Formazione è una rubrica collettiva ideata e curata da Dario Cetta.

    Il disegno di copertina è realizzato da Fran De Martino.