• Dopo il turno di notte

    di Michele Scoppetta

    La catena di produzione rende schiavo il corpo. La mente, per quanto possa restare ai margini di questo tipo di assuefazione, col passare degli anni a fare sempre le stesse cose rischia di fare compagnia alle afonie delle articolazioni, di cadere nel baratro di un buio mai ricercato.
    È questa la mia battaglia. Resistere, tenermi aggrappato alle emozioni, anche a quelle meno piacevoli. Bisogna saper soffrire e gioire con parsimonia, senza mai lasciarsi andare troppo. Solo in questo modo ci si guarda nello specchio e ci si riconosce ancora per quello che siamo. Uomini, puntini sospensivi messi a casaccio nel mondo, di cui non sai quasi niente. Non sai a quale parola stiamo attaccati o se non possediamo nient’altro che un largo foglio bianco su cui sostare, senza la pretesa di essere qualcosa, di diventare migliori.

    Mi avvio per il corridoio che mi porta dritto all’uscita. Gli operai del turno montante sono ancora assonnati e mi fanno un cenno di saluto distratto. La consapevolezza di essere fortunati di avere un posto di lavoro non corrisponde mai allo stesso stato d’animo che ti porta ad affrontare le tue otto ore giornaliere. E questo non è un punto di vista.
    Marco l’uscita e sono fuori. Fuori. L’aria pulita del primo mattino mi entra nei polmoni e fa piazza pulita di tutta la fatica accumulata durante la notte. Mi dolgono le gambe, ma tutto sommato è una sensazione piacevole. Una battuta con un collega, l’anticipato rimpianto di non poter abbracciare la prospettiva di una bella giornata, perché per noi è appena cominciato il countdown per andare a letto.
    Allora mi impegno ed esco dal cancello a passo lento. Nel raggiungere il parcheggio il venticello raggiunge vette enormi e si struscia tra le fronde degli alberi secolari che affacciano su case altrettanto antiche. Una specie di arrivederci senza parole, un conforto sussurrato da un amico invisibile che ti scompiglia i capelli.
    Raggiungo l’auto, un ultimo saluto con chi ha già il motore acceso. Prima di infilare le chiavi, lo stereo. Le radio non danno molta pubblicità alle sei del mattino, ma è difficile lo stesso trovare un pezzo all’altezza delle tue aspettative. Io tento sempre, non si sa mai.
    A metà strada decelero. Le colline alla mia sinistra hanno appena indossato un’aureola rossa. Il sole ha messo la sveglia in orario ed è puntuale come sempre. Il cielo è ancora tinto di un blu cobalto, il vestito di una dama di corte del ‘700, imperlato da residui di stelle che sfumano nell’orizzonte.
    A destra il Vesuvio sembra gridare “Ci sono anch’io!”, e io sorrido perché Napoli è una delle cose che né la mente né il cuore possono mai dimenticare.
    Quello che invece è ormai sparito dalla mia mente è il turno di notte, terminato da appena quindici minuti.
    Mi godo la libertà, il piacere di appartenere a me stesso e di sorprendermi ogni volta.
    Qualcuno è già per strada, coraggiosi filibustieri alla riscossa di una nuova giornata.
    Arrivo a casa, ma avrei preferito restare almeno due o tre anni a vedere come il tempo partorisce il nuovo giorno. C’è il cuore che mi sfonda il petto. La fatica, certo, ma anche le prime scie di luce gentili che mi sfiorano il viso. Infilo le chiavi nella toppa. Due mandate.
    L’odore del caffè si mescola al carico di aria buona di poco prima. È quasi commovente.