• Due milioni di metri cubi (di cielo)

    C’è un vecchio che sorregge una birra a metà, seduto in mezzo ai gradoni che portano a una scuola elementare. Ci sono io che lo fisso appoggiato a uno dei pilastri portanti. Mi chiedo quanti anni avrà, ma mi rendo conto che è una domanda che non avrà risposta, perché all’improvviso il tempo è scivolato e ha regalato a tutti parecchie rughe inaspettate.
    Il vecchio è immobile, lo sguardo fisso davanti, la mano che stringe la birra a mezz’aria. Nemmeno una statua starebbe più ferma di lui, è il risultato di chi non ha più nulla da perdere.
    C’è una scuola elementare piena di gente che ora bisbiglia. Si sente ancora qualche lamento, un pianto sommesso nel fondo del corridoio che echeggia e arriva fino a noi come una frustata. Niente a che vedere con le urla e le disperazioni dei giorni precedenti, dove le notizie di nuovi cadaveri coincidevano con una nuova morte, quella interiore. La peggiore.
    Guardano tutti a terra. Io alzo la testa. La serata è gradevole. Le stelle sono sull’attenti e la scarsa illuminazione della strada vicino le rende così luminose che mi sembra un delitto cedere alla tristezza, alla malinconia. Vorrei che anche il vecchio si accorgesse di tutto questo, del repertorio che un trio affiatato di grilli ha messo su da almeno un paio d’ore.
    – Che bella nottata! – provo a dire per scuoterlo. Ma non succede niente e io mi sento un vigliacco. Cosa puoi dire a uno che ha sul groppo cinque o sei decadi, che era pronto a raccogliere i frutti di tutta una vita di sacrifici e che ora è costretto a spazzare la polvere della sua stessa casa?
    Poi trangugia in un sorso nervoso quello che resta della bottiglia e la appoggia a terra, a far compagnia ad altre due.
    Mi arrendo e faccio qualche passo fino al cancello, anche per allontanarmi dai guaiti di dolore che persistono dalle aule dietro di me, organizzate come avamposti di guerra dove non ci sono armi, né soldati. Solo feriti senza sangue, portatori di malattie che la medicina non saprà mai curare.
    Affondo la testa fra le sbarre. Un’auto passa con lo stereo a tutto volume, un cane piscia sul palo della luce e una coppietta di giovani amanti si scambia baci furtivi nell’ombra. Su quella strada, fuori, sembra tutto normale. La vita continua ancora, mi dico. Ѐ un gran bel miracolo, dove ci sta proprio bene un “nonostante tutto”.
    Nonostante i due milioni di metri cubi di fango che hanno fatto da coperta a molti dei sogni che tanta gente portava in serbo.
    Nonostante quei letti dentro le scuole che puzzano di naftalina per allontanare i pidocchi e le zecche.
    Nonostante le smorfie e le disperazioni di tutti quelli che si sono trovati con la famiglia ristretta e un pugno di terra su cui inventare un futuro avido di promesse.
    Nonostante i pugni nei muri, le bestemmie e brandelli di cuori sparsi sul marciapiede.
    Entro e mi appoggio a un mobile. Chiudo gli occhi per cercare di vedere qualcosa di meglio. Ma a occhi chiusi, certe volte, c’è solo il nero e il residuo blu e rosso della luce accumulata negli occhi.
    Sento un tonfo. Un’anta del mobile si apre quel che basta per estrarre un libro, quello che è caduto.
    Giulio Verne, Dalla Terra alla Luna.
    Mi complimento con un dio inesistente e comincio a leggere, con un mezzo sorriso ebete stampato sulle labbra.
    Nonostante tutto, siamo ancora qua. A sognare forte.