• Il mattino ha l’oro in bocca

    di Lidia Passaro

    Occhiali da sole e cuffie nelle orecchie erano gli accessori di cui non potevo fare a meno al quotidiano appuntamento delle 7.46 con la vesuviana. Desideravo soltanto completare in solitudine la lenta procedura del risveglio, così da arrivare rilassata alla prima ora di lezione. Volevo immergermi nella mia musica, veder sfilare in silenzio cumuli di monnezza e palazzine in degrado, e distrarmi dai sussulti del treno immaginandomi al Cabaret Voltaire o alla scuola del Bauhaus. Sì, prima di diventare telefonista fuori-sede, volevo fare lo storico dell’arte.

    Tuttavia, le mie modeste aspirazioni sugli imminenti 45 minuti presto si infrangevano contro il duro della realtà che si stagliava implacabile sul primo binario, assumendo un giorno le fattezze dell’ex-compagna di scuola, profumo alla vaniglia e fedina in bella mostra, l’altro dell’amico di famiglia impaziente di comunicare al mondo ─ e a me, in particolare ─ i successi della sua luminosa progenie, l’altro ancora dell’intellettuale di turno, giacca di velluto quattro stagioni e quotidiano sotto il braccio. Addio sogni di gloria.

    Nonostante la disinvoltura con cui mi sforzassi di nascondere la mia non proprio esile figura dietro qualche pilastro o di camminare a testa bassa e non incrociare mai gli altrui sguardi ─ elementare ma efficace ─, venivo molto spesso intercettata e bloccata. E lì mi toccava anche fingere sorpresa.

    Via le cuffie, ahimè, mi schiarivo la voce bassa del mattino e, se proprio non riuscivo a ricorrere in extremis al classico dell’amico che mi aspettava, guarda caso, in una carrozza diversa da quella che stava per fermarsi in corrispondenza della nostra posizione, salivo in treno con l’indesiderato compagno di viaggio, incerta sulla tenuta del mio aplomb.

    Perché se con un amico puoi condividere il silenzio e il malumore del risveglio, viaggiare con un conoscente ti costringe inevitabilmente alla conversazione. E imbastire un colloquio formale ma non distaccato, cordiale ma mai personale, evitando pause troppo lunghe da diventare imbarazzanti, per la durata di 45 minuti e 20 interminabili fermate, è cosa non da tutti. Certo non da me, e infatti lasciavo volentieri all’altro le redini del discorso.

    Saviano, “indovina chi si è sposato il mese scorso… – i matrimoni non sono mai stati il mio forte“, Scisciano, “che farai quest’estate? – ma come, siamo a marzo?– Marigliano, “mio figlio ha preso 30 all’ultimo esame,sai anch’io, ma non sto qui a raccontarlo al mondo”, Pomigliano, “ascolti Battiato? non trovi che in quel pezzo sia forte l’influenza di Majakovskij? – … “. E via così, sempre più prossimi alla meta. E più il treno si riempiva di pendolari dal dopobarba irrespirabile e di scolari assediati dagli ormoni, più io mi astraevo dal cianciare dei miei interlocutori, li guardavo da lontano e mi fissavo sui particolari più curiosi dei loro gesti o del loro abbigliamento, sforzandomi ogni tanto di annuire e di mostrare, sempre e comunque, interesse.Botteghelle, “ci siamo quasi “ Piazza Garibaldi, “mancano solo le formule di commiato“, Porta Nolana “ce l’ho fattauna buona giornata anche a te“, le porte si aprivano e io mi lasciavo trascinare in superficie dal fiume umano pronto a straripare in città, puntino anonimo in mezzo a miriadi di persone. Ero fuori, una boccata soddisfatta di smog e liberazione, mi rinfilavo cuffie e occhiali e via spedita verso la mia meritata camminata attraverso la kasbah colorata della Napoli più sincera. Finalmente, sola.