• Che mastice tiene insieme Italo Calvino e Luigi Pirandello

    Nulla mai nell’universo va perduto. Le cose perse in Terra,

    dove vanno a finire? Sulla luna.

    I. Calvino, Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino

     

    «Nel contesto di un viaggio sulla luna, dove Cyrano de Bergerac supera per immaginazione i suoi più illustri predecessori, Luciano di Samosata e Ludovico Ariosto, – egli affronta – il problema di sottrarsi alla forza di gravità che stimola talmente la sua fantasia da fargli inventare tutta una serie di sistemi per salire sulla luna, uno più ingegnoso dell’altro: con fiale piene di rugiada che evaporano al sole; ungendosi di midollo di bue che viene abitualmente succhiato dalla luna; con una palla calamitata lanciata in aria verticalmente ripetute volte da una navicella».

    La forza d’attrazione del satellite terrestre è tale da popolare la letteratura d’ogni tempo e divenire inevitabile presenza anche in assenza.

    Fino al 1969 il rapporto con la luna è poco più che pura contemplazione, altalenante contraddizione fra lo sguardo consolatorio, romantico, che dà pace e leggerezza e solleva, e la riflessione sull’indifferenza d’un corpo celeste millenario che non si cura delle vicende umane, o ancora immaginazione fantascientifica su strane creature che la popolino e distopie future e catastrofiche.

    L’approdo poi cambiò ogni prospettiva, biforcò le reazioni, incarnate, in maniera estrema da un lato, dall’idealismo lacero della Ortese:

    «Caro Calvino, non c’è volta che sentendo parlare di lanci spaziali, di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio[…], gli stessi silenzi che scendevano di là erano consolatori e capaci di restituirmi a un interiore equilibrio[…]. Ora, questo spazio, è sottratto al desiderio di riposo, di ordine, di beltà».

    La luna non viene “conquistata” nel 1969, ma lungo tutto il corso degli anni Sessanta. Ci si appropria di quello spazio, lo si rende più vicino, sensibilmente accostabile. La risposta di Calvino alla Ortese del 1967 mostra l’altro ramo delle reazioni, quelle scientificamente entusiaste, dei letterati che non si chiudono alle novità e ai passi (sempre in avanti?) della scienza.

    «Cara Anna Maria Ortese, guardare il cielo stellato per consolarci delle brutture terrestri? Ma non le sembra una soluzione troppo comoda?[…] Quel che mi interessa invece è tutto ciò che è appropriazione vera dello spazio e degli oggetti celesti, cioè conoscenza».

    Negli anni ’60 la luna sembra “avvicinarsi” sempre di più. È in effetti ciò che, metaforicamente, accade nel primo racconto delle Cosmicomiche di Calvino (1965), la luna è tanto vicina da poter essere raggiunta con una scala a pioli, ha odore tenue di salmone affumicato, è coperta da «una crosta di scaglie puntute» e produce un latte denso e nutriente. Meravigliosa la figura del cugino sordo che è il solo ad avere un rapporto di particolare intesa con la luna e ricorda a tratti il Ciàula pirandelliano di cui parlerò.

    Ma l’opera di Calvino è attraversata da ciò che fu chiamato il pathos della distanza, e nella successiva opera, Ti con zero, il primo racconto ci mostra una luna diversa, che può essere ammirata da lontano, ma che vista da vicino fa quasi “senso”: «la Luna, ingrandita al telescopio, m’appariva in tutti i particolari[…]potevo testimoniare l’effetto che questa vista provocava in me, un effetto d’affascinato disgusto». Come le lucciole ne I sentieri dei nidi di ragno, che viste da vicino sono «bestie schifose anche loro». Venature verdi, un luccichio che «trasudava da una miriade di pori», «estese tumefazioni della superficie, come bubboni oppure ventose». Anche il linguaggio è cambiato, è tutto concreto, pesante, grave. Non ha nulla della leggerezza e dell’assenza di gravità che le somme delle forze d’attrazione sembrano provocare. La sospensione del satellite come sospensione del tempo, di ogni preoccupazione, di ogni «bruttura» è essa stessa “sospesa”. Del resto non è raro che Calvino percorra una strada e che, una volta esaurita, passi al sentiero opposto. La luna, pian piano e letterariamente, inizia ad assomigliare alla Terra perché viene conquistata dall’uomo.

    «Ma la luna dei poeti ha qualcosa a che vedere con le immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono? Forse non ancora; ma il fatto che siamo obbligati a ripensare la luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare in un modo nuovo tante cose».

    L’immagine della luna rappresenta per Calvino il simbolo della leggerezza, levitazione, «sottrazione di peso». Nella prima delle Lezioni americane, Leggerezza, la luna e con lei lo spazio del cielo vengono conquistati attraverso i mezzi più incredibili. Jonathan Swift usa il sistema della calamita per portare nel cielo Laputa (l’isola sospesa che compare anche in un film di Miyazaki, per gli appassionati del genere). O ancora il Barone di Munchausen, che «scende dalla luna tenendosi a una corda più volte tagliata e riannodata durante la discesa». Queste immagini, unite a molte altre che si possono leggere nel testo calviniano o ancora cercare negli “spazi sconfinati” della letteratura, nascono e tornano all’immagine mito più famosa che fu creata da Ariosto: Astolfo vola su un ippogrifo alato fin sulla luna per recuperare il senno perduto da Orlando. «La Luna è un mondo grande come il nostro, mari compresi. Vi sono fiumi, laghi, pianure, città, castelli, come da noi; eppure altri da quelli nostri».

    Ma punto di riferimento principale (e lunare) per la letteratura contemporanea diverrà, come sappiamo, Leopardi: «nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna».

    È lo stesso Calvino ad affermare che la luna rappresenta “territorio” leopardiano, ha impresso il suo nome:

    «In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna[…] Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare».

    Essendo tornati ad un modello principale si può di nuovo fare un salto in avanti. C’è uno scrittore della contemporaneità italiana che ha dedicato alla luna gran parte delle sue riflessioni ed ha fatto di Leopardi un modello di fondamentale riferimento per la sua carriera letteraria. Questi è Pirandello.

    Per lui si è parlato addirittura di «leopardismo pirandelliano». Poiché la mia non vuole (né può) essere una lezione ma un semplice percorso, rimando allo studio (facilmente reperibile online) che citerò nella sezione finale.

    Mi preme, piuttosto, parlare di due racconti della raccolta pirandelliana Novelle per un anno, che hanno al centro la luna. Il primo è Ciàula scopre la luna. Un garzone delle miniere, evidentemente scioccato dal ricordo dell’essere stato costretto, il giorno in cui il suo padrone fu sventrato da una mina ed egli corse a nascondersi in un antro oscuro della miniera, a tornare a casa nel buio più assoluto della notte, che non aveva mai conosciuto. Ecco che quella notte all’uscita dalla miniera, invece, di tutti i timori che gravano sulle sue spalle insieme al peso da trasportare può liberarsi in un colpo, di fronte ad una rivelazione: la luna, la sua luce pari a quella del sole, verso cui tende le braccia.

    «Sí, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è data mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva».

    E ancora Male di luna, novella al cui centro il clima magico del licantropismo pone la luna quasi come vera e propria protagonista. Vi invito non solo a leggerla, ma anche a guardare Kaos, film del 1984 dei fratelli Taviani, che portano sullo schermo alcune delle novelle pirandelliane, fra cui questa luna tanto incantevole da fare impazzire.

    «E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva piú paura, né si sentiva piú stanco, nella notte ora piena del suo stupore».

    In occasione della mostra delle opere di Salvador Dalì a Sorrento vi lascio con un suo quadro, The moon. Attenti alla prossima luna piena (il 19 ottobre) ed ai possibili mali di luna.

     

    Spunti letterari:

    I. Calvino, Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino, Milano, Mondadori, 1955

    I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2012

    I. Calvino, Tutte le cosmicomiche, Milano, Grandi classici Mondadori, 1997

    E. Rostand, Cyrano de Bergerac, Milano, Feltrinelli, 2009

    I. Calvino, risposta ad A.M. Ortese in Il rapporto con la luna, dalla raccolta di saggi Una pietra sopra

    Carlo Ferrucci, Due sguardi al cosmo: Leopardi e Pirandello

    G. Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, Newton Compton, 2007

    L. Pirandello, Novelle per un anno (troppe le edizioni, personalmente come alternativa ai Meridiani opterei per Garzanti)