• LA GIUSTIZIA

    la_giustiziaZeus non ci poteva pensare: ma come aveva fatto quell’arpia a trovar marito? Da quando era stato fatto il mondo, quella vecchia arpia, Aello, aveva tentato più volte di trovare un marito a sua figlia Celeno, ma tutti i suoi tentativi erano stati vani. La vecchia megera ci aveva provato con le buone e pure con le cattive a disfarsi di quell’arpia della figlia, ma, puntualmente, quando le cose stavano lì, lì per realizzarsi, accadeva sempre qualcosa che faceva saltare in aria i suoi piani! E quasi sempre era la stessa Celeno a metter in fuga lo sprovveduto di turno. L’arpia perdeva facilmente le staffe; andava – appunto – su tutte le furie e quindi il malcapitato, ravvedutosi, fuggiva immediatamente a gambe levate!

    Ma ora quella vipera di Aello, dopo secoli e secoli di tentativi falliti, era riuscita a sposare l’arpia! Non è che la giovane arpia fosse brutta a vedersi, per carità, anzi aveva un bell’aspetto, ma era di carattere dispotico, facile all’ira, avida e prepotente, avvezza alle minacce, carica di veleno, rabbiosa come un lupo affamato e desiderosa di provocare sofferenze atroci al prossimo (soprattutto agli uomini, in verità!). Come era riuscita, la madre, a maritare siffatta terribile creatura? Aello, in fondo, era sempre stata sempre molto furba e scaltra, ma quell’impresa era davvero eccezionale! Altro che l’assedio di Troia, la distruzione di Atlantide o le fatiche di Ercole… Maritare un’arpia: questo è davvero un atto eroico!

    Zeus, allora, desideroso di conoscere tutta la storia, decise di inviare il suo messaggero, Ermes, ad indagare sull’accaduto. Ed è solo grazie all’interesse divino ed a qualche buon poeta di periferia, che noi oggi, poveri mortali, possiamo ricostruire ciò che avvenne.

    Celeno aveva sposato un ragazzo di buona famiglia e di aspetto discreto; un buon partito, ma con un piccolo problemino fisico: il ragazzo, il suo nome era Pinturicchio, era completamente sordo. Visto che Celeno, tra tutte le arpie, era quella con la lingua a sonagli, sempre pronta ad adirarsi e a pronunciare terribili anatemi, minacce e cattiverie, la vecchia madre aveva visto bene (dopo aver tentato inutilmente con medici, aristocratici, filosofi e magistrati) di trovarle un bel sordo come marito! In questo modo il poveretto non avrebbe udito nessuno dei improperi pronunciati da Celeno, che, a sua volta, avrebbe potuto urlare e sfogarsi quanto voleva, ma neppure una semplice sillaba sarebbe stata compresa dal ragazzo.

    Ma urla oggi, urla domani ed urla pure dopodomani, Celeno, indispettita sempre più dall’indifferenza del marito, non gradiva affatto che le sue parole non provocassero nessuna reazione. Era sempre stata abituata a fare grandi scenate, ad adirarsi per un nonnulla, a sconvolgere le vite altrui ed ora quel sordo le toglieva tutto il divertimento.

    Basta! Non ne poteva proprio più! Ah, come desiderava le vecchie e violenti liti con la altre arpie, soprattutto quelle con la vecchia madre! Fu così che Celeno, stanca e stressata, decise di chiedere il divorzio. Quando la madre lo venne a sapere, andò, ovviamente, su tutte le furie, ci aveva messo secoli per avere l’idea giusta e trovare il sordo adatto ed ora quell’arpia della figlia voleva gettare tutto al vento. E che avrebbero detto all’Olimpo? Erano delle arpie, è vero, ma avevano comunque una loro rispettabilità! E poi se Celeno fosse ritornata a casa, lei avrebbe dovuto, nuovamente, sopportare tutte le angherie di quella figlia astiosa! Celeno, però, non ne volle sapere, era assolutamente convinta di aver subito un torto immane, nessuno le aveva detto, nemmeno lo stesso Pinturicchio, della sordità, perciò lei ora voleva giustizia. L’arpia si presentò dal giudice e chiese, a gran voce, disprezzando il marito e sputando veleno a destra e manca, il divorzio, nonchè gli alimenti, la casa coniugale, i cavalli, il gregge, i campi ed ogni altro possedimento di quel sordo di Pinturicchio, che si era permesso di ignorarla e sorridere ai suoi vaneggiamenti verbali, alle sue velenose allusioni ed alle sue offese micidiali! Ed ora, quindi, doveva subire la giusta punizione!

    Il Gorilla con la toga, che in questa storia era appunto il giudice, intimorito dalla rabbia senza freni di Celeno, impaurito dai suoi occhi infuocati, dalla bava vischiosa raccolta agli angoli della bocca, dalle sue grida disumane, dalle parole sconce e dalla collera che ogni tanto faceva vibrare il palazzo del tribunale, fu costretto, suo malgrado, ad assecondare l’arpia. Tanto, poi, Pinturicchio, sordo com’era, non avrebbe mai potuto ascoltare la sentenza di condanna!

    Non appena Ermes riferì tutto l’accaduto a Zeus, il padre degli déi, dispiaciuto per la sorte del povero Pinturicchio, decise, per prima cosa di punire il Gorilla: più nessun gorilla avrebbe indossato la toga, ma ne sarebbero stati sempre attratti ed avrebbero desiderato possederla a tutti i costi! Quanto alle arpie le trasformò in orrendi uccellacci e le confinò a stare in cielo, su un’isola rocciosa, in mezzo al mare, così che non avrebbero nuociuto più agli uomini e nessuno, storpio o sano che fosse, si sarebbe fatto venire l’idea malsana di prenderne una in moglie.

    Per quanto concerne Pinturicchio, a cui una giustizia fallace aveva portato via ogni cosa, Zeus decise di dare una nuova sposa ed un matrimonio più giusto. La scelta non poteva che ricadere proprio su Dike, la dea della giustizia. Quando Zeus gli propose la cosa, con suo sommo stupore, Pinturicchio sorrise gentilmente, lo ringraziò con garbo, ma rifiutò con decisione la sua proposta.

    “Son sordo, padre degli déi del cielo”, rispose il ragazzo, “son sordo, non sono scemo. E con buona dose di sicurezza, non c’è giustizia umana o divina che tenga, posso affermare che peggio di un primo matrimonio, può esserci solamente un secondo matrimonio!”