• “La Sequoia”

    di Chiara Manuguerra

    Non riuscivo più a spiegarmi perché ogni mattina scendessi puntuale in edicola. Era un luogo movimentato, c’era sempre un sacco di gente, ogni giorno cambiava persino postazione con le esposizioni risistemate in modo differente, sembrava quasi che cambiasse addirittura il colore dell’insegna, “La Sequoia”. Il commesso, però, era sempre lui, Carlo. A Carlo non ho mai parlato. Ogni volta arrivavo in negozio ed ero presa in prestito da una valanghiva tranquillità, tutto ciò che rumoreggiava lo faceva tacendo alle mie orecchie. Così come quando scendevo trovavo il negozio sempre in un punto diverso del circondario, allo stesso modo la mia attenzione alle letture variava sensibilmente. Non un fenomeno inspiegabile, al contrario di quel che raccontavo a me stessa in quei momenti. Cercavo tra i corridoi di scaffali la rilegatura, la carta e l’argomento del giorno, sempre qualcosa di fortemente interessante da toccare. Identificare i confini delle pagine e con le dita seguire a ritmo l’andamento delle parole era una esperienza silenziosamente squassante. Dopo aver dato un carattere definito dell’oggetto alla mia esperienza, ovviamente senza aver omesso di odorarlo e catalogarlo mentalmente in base alla rilegatura, la grammatura e la ruvidezza della carta, l’argomento trattato, il modo in cui era stato fatto, da chi; gironzolavo ancora un po’.

    Ero ancora nella mia concentrata gabbietta d’interiorità quando incrociavo lo sguardo con Carlo, il più delle volte non spendeva più di qualche secondo in contatto con me, forse era impegnato. Le sue espressioni avevano la stessa mutevolezza delle scelte mie e del negozio. A quel punto c’era qualcosa che con un boato rotolava precipitando nei pressi del mio seno destro, di scatto fuggivo cominciando a sbattere sulle pareti della mia gabbietta. Una volta rialzato lo sguardo, spalle al bancone, la gabbietta si apriva per un secondo, un solo infinito secondo, e la strada per riportare il mio piccolo tesoro di carta al suo posto mi appariva in mente come la piccola immagine di una indicazione stradale. Cominciavo ad avviarmi non prima che fossero passati altri cinque ritmati, segmentati, lenti secondi: il tempo di richiudere la gabbietta. Ormai già prima di uscirne, ritrovandomi dal lato opposto della città, mi sentivo già fuori, la mia mente era corsa via pur non volendolo; i miei piedi, infatti, non l’avevano seguita. Una volta uscita tornavo alla stridula accozzaglia di metalli che si sfregavano l’un l’altro dentro il mio petto. Finivo di fronte l’università, non sapevo come, e, tutt’ora non mi importa.

    Il fatto è che oggi mi rendo conto che fosse difficile capire davvero che cosa stesse succedendo. Ogni giorno mi impegnavo inconsapevolmente nella breve ricerca dell’edicola nei meandri del quartiere, non era mai una scocciatura, ma non me ne accorgevo perché una volta uscita ero sempre scossa. Ogni volta analizzavo un libro, una brochure, un giornale, una rivista, un album, tutti mi interessavano, la scelta era meticolosa, sempre, ma mai nulla era uscito con me fuori di lì. Poi veniva l’incontro col commesso. Quando mi capitava di raccontare questo avvenimento omettevo sempre questo particolare e dicevo vagamente del come avevo lasciato il posto. Era come se neanche per me riuscisse ad avere un significato preciso e reale. Sono successe moltissime cose da quei giorni, cose che hanno spostato la mia attenzione, focalizzandola lì: a Carlo non ho mai parlato e ogni volta che uscivo dalla bottega non avevo mai acquistato neanche uno di quei tesori. Perché?

    Di Carlo ormai conoscevo il nome, l’età, ne avevo memorizzato i gusti per quanto ero riuscita a carpire, conoscevo i suoi diversi sorrisi, il modo in cui i suoi occhi erano e si spostavano e mutavano insieme al suo corpo. Perché non abbracciavo il fatto di amare quelle carte? Perché non mi decidevo a farle mie, leggerle e rileggerle e riprodurle e colorarle, sottolinearle, prenderle e piegarle, dispiegarle, posarle, alzarle, soppesarle quanto volessi? Non ne ero in grado. Il metallo veniva spostato nel mio petto dalla paura come forza centrifuga, questo movimento cuciva il nulla attorno all’arazzo che la mia spontaneità stava ricamando con cura. E’ per questo che quando aprivo la porta per venir fuori dagli occhi di Carlo che mi fissavano la schiena mi ritrovavo direttamente in un posto completamente diverso della mia città, e guarda caso esattamente il luogo dove mi necessitava di arrivare in quella precisa data. Ma è stato il metallo stesso, fondendosi grazie alle alte temperature raggiunte dalle mie mille peripezie annesse a quel periodo che mi distanzia dai giorni di cui ho raccontato, a trasformarsi in un cristallo di verità. La sua forma cristallina è volubile, ma quando si manifesta è un prisma allungato definito alle estremità da innumerevoli sfaccettature, il suo colore è di uno scuro e lieve viola e non necessita di nulla se non di manifestarsi.