• La voce di Eddie Vedder e una stella cadente che manca at Visarno Arena, Firenze.

    Immaginate una estate. Un’estate come rito di passaggio, un’estate di inizio millennio. Immaginate pochi giorni dopo Genova 2001 perché non c’era bisogna di aspettare l’11 settembre per capire che tutto era sul punto di cambiare. Immaginate un lunga traversata. Un giorno ed una notte e un altro giorno ancora. Una nave della speranza battente bandiera bianco e rossa, Malta. Un passaggio ponte venduto a voi come cuccetta in una cabina perché ci sarà sempre chi vi vorrà fottere nella vostra vita. Panini olio e pomodoro, dissenteria e vomito. La povertà e la classicità di Atene. Il Pireo ed un’altra nave. Immaginate poi finalmente una terra, la terra di un’isola bianca e sperduta tra la Turchia e la Grecia. Immaginate soli sette – appena nati – euro per dormire in una stanza di notte. Immaginate questa sterminata immensa meravigliosa fatica e poi come per liberazione vorrete solo un tuffo nel mare. E fra il mare e voi, una spiaggia ed una vecchio signore americano con lo sguardo rivolto al sole. Ha un walkman. Dalle cuffie del walkman una voce calda e ringhiosa, come se una lunghissima linea immaginaria collegasse un paesino sperduto del sud Italia con questa paesaggio quasi d’oriente, come una sorta di nascita e una resistenza, come una conferma perenne:

    “Trouble souls unite we got ourselves tonight

    I am fuel you are friends we got the means to make amends

    I am lost I’m no guide but I’m by your side

    Take my fucking hand It was their idea I proved to be a man

    Will myself to find a home a home whitin myself

    We will find a way we will find our place”

    (Leash – Pearl Jam)

    “You are always on my mind” di Carla Merone.

    Molto probabilmente questa storia non è mai accaduta. Me la sono inventata seduta stante, qui ed ora. Ma quella voce no, invece. C’è sempre stata. Mi è risuonata dentro per decenni. La conoscevo già e mi accingo a riascoltarla questa sera.

    Quella voce, stasera, è la voce di un uomo accompagnato soltanto da un ukulele, un banjo e un paio di chitarre. E’ una voce che incontra quasi cinquantamila persone in visibilio all’arena di Visarno in Firenze. E’ una voce che sarà per sempre avvolgente e carica di rivalsa  ma,  ora e qui, stasera, è particolarmente luminosa e rotta dall’emozione, è la voce di Eddie Jerome Vedder da Chicago, Illinois.

    Eddie Vedder che negli ultimi 25 anni mi ha accompagnato nell’evoluzione di quale sia formato di fruizione di musica (Vinile, Cd, Musicassetta, Mp3) non arriva nemmeno sul palco che subito mi fa un piccolo regalo di benvenuto: I versi e le note di Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town, si sollevano semplici e solenni a rimarcare gioie e dolori di provincia, i cambiamenti che ci passano dentro con l’apparente sensazione di non cambiare affatto, i pensieri e le emozioni che svaniscono, svaniscono via.  Penso ai mie paesi, lì dove, quelli che sono cresciuti con me, cercano di trasformare sentimenti di frustrazione in una luminosa forza di espressione  e sono orgoglioso di tenerli stretti a me, proprio  in questa serata. Ancora non mi rendo perfettamente conto di far parte di qualcosa di raro e prezioso che sta per avvenire.

    “Il mio primo show da solo in Italia è anche il più grande che abbia mai fatto. Questo succede solo in Italia. Grazie per essere qui stasera”. Eddie Vedder si diverte a parlare italiano e scherza col pubblico. Sul palco è’ il suo One Man Show, sotto invece è un evento di massa, la cosa più sbalorditiva a cui la maggior parte dei presenti stasera abbia mai partecipato.

    Le prime canzoni, tutte suonate in chiave unplugged, Wishlist, Immortality, Sometimes, sono pezzi storici targati Pearl Jam. E’ come essere dentro un sogno e per uno come me è facile idealizzare tutto ma per qualche strana perversione mi piace assai quando Vedder concentrato nella sua musica, tra un verso e l’altro, sputa e risputa a terra. Rimarca la sua natura, quella di un uomo che ha speso la maggior parte della sua vita ad allontanare la fama e pose da rock star. Forse proprio in questo sta la sua straordinarietà che dà vanto e orgoglio alla nostra condizione di uomini.

    E’ il 24 giugno, San Giovanni. Il concerto ben presto diventa una festa. Vedder non perde occasione di stappare una bella bottiglia di vino rosso e brindare alla salute del patrono di Firenze e di tutti i partecipanti al suo show. Il bicchiere è pieno e sollevato al cielo per I’m mine e Can’t keep, due pezzi eseguiti con grande coinvolgimento.

    Il concerto è anche un viaggio. E’ come se Vedder con il suo amato surf tornasse a cavalcare le multiformi onde nell’oceano profondo della sua vita musicale. Sleeping by myself, Setting Forth, Guaranteed richiamano a Firenze lo spirito di Chris McCandless, il Supertramp di Into The wild, il romanzo di John Krakauer e dell’omonimo adattamento cinematografico diretto da Sean Penn. Sono canzoni che parlano di amore e avventura, di vita allo stato puro. E per dirla con McCandless che legge Lev Tolstoj, stasera c’è davvero tutto: natura, energia, poesia, musica, amore per il prossimo, una vera e propria idea di felicità. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? Chiude questo ciclo Rise che Vedder dedica alla compagna Jill e alle figlie Olivia e Harper Moon. (“The Angels that saved my life”).

    eddi vedder firenze

    I picchi emozionali del concerto sono davvero tanti ma c’è una canzone da cui non si torna più indietro. Sto parlando di Black. Una tra le più belle canzoni di tutti i tempi sull’amore andato a male e i suoi frantumi, sull’amore che ti scansa, sull’amore venuto a mancare. Vedder ce ne regala una versione irripetibile. Il pensiero va a Chris Cornell e la dedica sospirata è per lui. Visibilmente commosso, Eddie Vedder emana luce e calore in quel “We belong together, come back” reiteratamente invocato sulla conclusione del pezzo. C’è un assenza presente che accende un fuoco sacro. Non so perché penso alle miriadi di mirabili cazzate compiute nella mia vita. E come se dovessi andare a cercarmi le parole. Penso a tutte le donne e gli uomini da cui non ho fatto altro che fuggire: l’unica cosa che vorrei fare, mentre le ultime note di Black fuggono via, è chiedere scusa e far pace con loro.

    Nel corso della serata Vedder regala anche tutta una serie di cover che sono un omaggio agli artisti più amati: Tra le altre Brain Damage e Confortably Numb dei Pink Floyd e The needle and the domage done di Neil Young, ma è nella conclusione di Imagine di John Lennon, introdotta come una delle canzoni più belle mai scritte, che avviene il fatto più stupefacente della serata. I maxi schermo inquadrano persone in adorazione, c’è  un profondo afflato e un forte senso di comunione fra tutti i presenti quando una stella con una scia luminosissima decide di squarciare il cielo di Firenze e far brillare la notte in un apoteosi di bellezza. Io tutto questo me lo sono perso. Me l’hanno raccontato. Non ho visto nessuna stella cadere. Io, la stella l’ho mancata. Forse non son più tornato da Black. Forse in cuor mio mi faceva male tradire quell’ “I know someday you’ll have a beautiful life/ I Know you’ll be a star/ In somebody else’s sky/ But Why/ Why/ Why can’t be /why can’t it be mine”. A quei versi resto fedele.

    Si va verso il finale e sale sul palco Glen Hansard che siede affianco ad Eddie Vedder per una serie di gemme musicali, a partire dai capolavori del cantautore irlandese Falling Slowly e Song of good hope. Segue una tripletta da freddo addosso: Society, Smile e il rock allo stato puro quale rito finale di Rocking in the free world, nuovo omaggio al padre putativo Neil Young.

    La chiusura è di nuovo un prodigio selvaggio. Vedder incanta e fa cantare i cinquantamila privilegiati sulle note di Hard Sun. E’ attrazione magnetica ai suoi occhi infuocati, occhi che salutano e celebrano la vita anche nella sofferenza. Occhi che abbagliano.

    La scaletta del concerto è cosa risaputa. Ci tengo a concludere in altro modo. Per pareggiare tutti i doni che Vedder ci ha offerto in questa serata, a nome di tutta Extravesuviana ecco per lui una piccola compilation sulla storia del Punk che Michele Brigante Sanseverino si è divertito a comporre sulla lunga via di ritorno a casa. Mi piace sognare ed immaginare che un giorno Eddie Vedder possa ascoltarla da qualche parte nel mondo e sentirsi pure lui un extravesuviano.

    E’ il nostro presente ancora pieno di tanti sogni per te, Eddie.

    Ti aspettiamo presto con la marmellata di Pearl. 

     

    Indie Punx still sucks Compilation:

    Neat Neat Neat (The Damned)

    If the Kids are united (Sham69)

    Viva La Revolucion (The Adicts)

    Punk’s not dead (The Exploited)

    I’m forever blowing bubbles (Cockney Rejects)

    Last night another soldier  (Angelic Upstart)

    Dancing with myself (Generation X)

    Gary Gilmore’s eyes (The Adverts)

    Stand strong Stand Proud (Vice Squad)

    Story of my life (Social distortion)

    All the young punk – New boots and contract (The Clash)

    Satellite (Sex Pistols)

    Personality crisis (New York Dolls)

    I wanna be your dog (The Stooges)

    Kick out the Jams (MC5)

    Sheena is a punk rocker (Ramones)

    Linoleum (NOFX)

    Time Bomb (Rancid)