• Migranti

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    Non è grossa, non è pesante
    La valigia dell’emigrante …
    C’è un po’ di terra del mio villaggio
    Per non restare solo in viaggio …
    Un vestito, un pane e un frutto,
    questo è tutto.
    Ma il cuore no, non l’ho portato:
    nella valigia non c’è entrato […]
    Lui resta fedele come un cane,
    nella terra che non mi da pane [… ]*

     

    “Conoscevo bene il peso che aveva sull’ anima e mi faceva pena. Era sola, le sue radici erano sospese in una terra straniera. Non avrebbe voluto venire in America ma mio nonno non le aveva dato possibilità di scelta. C’era miseria anche in Abruzzo, ma era più dolce, condivisa da tutti come pane che si passa di mano in mano. Anche alla morte partecipavano tutti e così al dolore e alla prosperità, il villaggio di Torricella Peligna era come un solo essere umano. Mia nonna era come un dito strappato dal corpo e non c’era niente nella nuova esistenza che avrebbe potuto mitigare la sua desolazione. Era come tutti gli altri che erano venuti da quella parte d’Italia.”. *

    In questi giorni ho ritrovato alcuni romanzi di John Fante, avevo in mente di scrivere dell’Abruzzo e del suo figlio emigrato in America, una sorta d’itinerario alla scoperta delle origini di Arturo Bandini ma più riscoprivo le pagine di Fante e più la figura di nonna Bettina sovrastava, con il suo carattere forte da contadina abruzzese, tutti gli altri personaggi.

    Nonna Bettina, costretta a emigrare in America, che di notte urlava:

    Liberatemi da questa schiavitù. Mettetemi in una cassa e rispeditemi a Torricella Peligna”*
    In un urlo notturno sintetizzava l’umiliazione e l’emarginazione di un emigrante costretto a vivere lontano dal proprio cuore e dalla propria terra.
    Ho immaginato nonna Bettina (ho letto e riletto Fante così tante volte da potermi considerare una nipote adottiva della terribile abruzzese) arrivare a Ellis Island ovvero l’isola delle lacrime, una sorta di purgatorio che non assicurava automaticamente l’ingresso in paradiso.
    La immaginavo quando, dopo un viaggio di cinquemila miglia sul ponte della nave, arrivava in una terra di barbari per essere confinata in una sorta di prigione mascherata da centro di accoglienza.

    Oggi, Ellis Island è stata trasformata in un museo dell’immigrazione capace ancora di provocare emozioni forti nei visitatori, costretti a fare in parte, il percorso degli immigrati al loro arrivo nell’ isola delle lacrime.

    La sala più impressionante è, senza dubbio, la Registration Room, una sala enorme, dove gli immigrati venivano sottoposti a umilianti controlli fisici mirati a rispedire nel proprio paese i malati e gli indesiderati. Molti tra i rifiutati si gettavano in mare cercando di raggiungere Manhattan o si toglievano la vita pur di non ritornare in Patria.

     

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    Alcune sale di Ellis Island sembrano vere e proprie celle e non nego che spesso, girando tra le stanze ricoperte di bianche piastrelle, il pensiero è andato ai campi di concentramento dei nazisti.
    Più che un centro di accoglienza, quest’isola, sembra una prigione.

    Quindi mi tocca a Island- un eufemismo per Ellis Island,l’isola delle lacrime […] L’isola prigione sorvegliata dalla statua della Libertà( si riempiono la bocca con la statua della Libertà) Ciò che contraddistingue la nostra prigione da ogni altra è la cabina telefonica. Una cella del carcere con la cabina telefonica non esiste da nessun altra parte. Ammesso che uno abbia un nichelino, si può mettere in contatto con il resto del mondo e al tempo stesso non può. Nessuno può chiamarti[…] Faccio una passeggiata nel cortile che invece di quattro pareti ne ha soltanto due: quelle mancanti sono acqua “ ***

    Il museo dell’immigrazione di New York è piuttosto un museo della memoria: zeppo di foto, registrazioni, utensili e oggetti lasciati lì dagli emigranti in più di sessantadue anni di storia.

    Gente che rincorreva la speranza di un futuro migliore, gente che scappava da un presente difficile, gente perseguitata dalla miseria o dall’ odio, gente che rischiava la propria vita per un viaggio, spesso, senza ritorno.

    L’immigrazione è una sorta di circolo vizioso che si ripete all’ infinito, cambiano i protagonisti, i luoghi ma la storia è quasi sempre la stessa.

    Ieri eravamo noi italiani, oggi tocca ad altri popoli, domani potrebbe essere nuovamente il nostro turno.

    In fin dei conti, su questa Terra “nessuno è residente ma tutti ospiti in attesa di un visto. Siamo noi, pasciuti in Occidente, la colonna di stranieri in fila fuori all’ ultimo sportello.”****

    Note:

    *Gianni Rodari – Il treno degli emigranti

    **John Fante – Un anno terribile

    ***Ergon Erwin Kisch- Sbarcando a New York

    **** Erri De Luca – Racconto di Natale