• Portaci a casa Bloodbuzz (The National, Pistoia 12/07/2016)

    di Dario Cetta

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    Foto di Martina Caschera

    Tre sono le band della mia vita. La prima è affogata in una vasca, la seconda se l’è portata via un colpo di fucile. La morte si è messa di mezzo ed io non ho mai potuto ascoltare questi due gruppi suonare live. Ma resta l’amore. E ci resta anche l’estate. In l’Estate ed altri saggi solari, Albert Camus scriveva che l’arte e gli artisti sono stati i soli a non aver mai fatto male al mondo. Io non so se il rock and roll contenga il fuoco sacro dell’arte ma so, di sicuro, che in questa sera di luglio, qui a Pistoia, la mia salute ne ha tutto da guadagnare. Ci sono i National, la terza ed ultima band di quelle sopra e, come per la stragrande parte delle questioni che mi riguardano, sono qui per un fatto sentimentale. (I National me li hanno presentati le ragazze. Chi di quelle – Joe, Karen, Anna, Jenny, Ada o le altre- non ha importanza. Ad ognuna di loro ho rubato il verso: All we gotta do is be brave and be kind).

    Matt Berninger, coi gemelli Devendorf ed i gemelli Dessner, salgono sul palco appena fattosi buio. Non hanno da presentare un nuovo lavoro. Siamo fermi a quella pietra miliare che è Trouble will find me del 2013 che, tutt’ora, continua ad essere una croce e una goduria ascoltare. Sei album in diciassette anni di carriera per la band di Cincinnati trapiantata a Brooklyn. La regolarità di un disco ogni tre anni per una costante evoluzione (La produzione discografica dei National possiamo definirla come un ciclo di storie, quasi una saga in cui è possibile andare a scovare una serie di personaggi simbolo nel loro sviluppo esistenziale).

    Non è un caso che il concerto inizi con tre brani di punta di Trouble will find me. Don’t swallow the cap, I should live in a salt e A sea of love delineano in tutte le sue sfaccettature il prototipo umano più cantato dalla band: il bi-emozionale uomo del XXI secolo (careful fear and dead devotion) in preda ai suoi demoni e alle sue imprecazioni ai non-vivi, tra nuclei ansiogeni e affannata ricerca di serenità, un uomo che si dimena e cerca di svangare l’ombra di una notte non proprio quieta. (Se Matt Berninger fosse un personaggio di una serie televisiva sarebbe Jon Snow di Game of Thrones, quel suo “Hey Joe sorry i hurt you” che canta in Sea of love è parente stretto di “You know nothing, Jon Snow”).

    La bellissima Piazza Duomo è già una bolgia. Berninger alza al cielo calici di vino. Quando attacca il rullante di BloodBuzz Ohio, siamo già tutti in un posto chiamato casa, tutti in piedi ai piedi di un amore chiamato National (Stand up straight at the foot of your love/ I ‘ll lift my shirt up).

    I National non si risparmiano. Sono in gran forma. Suonano una serie di inediti che molto probabilmente finiranno nella loro prossima fatica discografica. (The day i die, Sometimes i don’t think, The lights, Find a wayKeep. Omaggiano anche i leggendari Greateful Dead con la bellissima cover Peggy-o).

    Ma i momenti più sconvolgenti sono quelli intimi. Potete dire quello che volete ma esserci quando suonano I need my girl, Slow Show, Pink Rabbits ed About Today non ha prezzo. Siamo nel sogno, nella Nazione a due di Kurt Vonnegut. Non ci sono Imperi fasulli e Unioni Monetarie che tengano. (Tornare a casa dalla propria compagna, mettere su un lento silenzioso show per lei e farla morire dal ridere, resta, nell’impazzimento odierno del mondo, l’atto più rivoluzionario e più poetico che ci sia).

    matt and daughter

    Il finale è il solito rituale salvifico. I ragazzi che si baciano teneri e selvaggi mentre la voce graffiante di Berninger alza un muro di fragore, sono la prova vivente che l’amore terribile vince sempre. L’epica del rock and roll che tutti attendono. Mr November e Terrible love suonate senza soluzione di continuità regalano momenti di massiccia energia vitale e stati di simbiotica beanza ai fortunati sulla tribuna laterale che si vedono spuntare un americano indemoniato dalle loro parti. (Lo stesso padre di famiglia di cui sopra che, qualche momento prima, in I need my girl cantava in preda ai sensi di colpa, lontano da casa, per non essere con la figlia e con la moglie, ma ad una festa di punks e cannonballers).

    A chiudere il cerchio Vanderlyle crybaby geeks cantata dal pubblico. I punks e i chiachielli di cui sopra se la cantano e se la suonano. In qualche strano modo, checché comportino le camminate con i ragni e gli scarafaggi,  andrà tutto per il verso giusto (“All the very best of us / String ourselves up for love”).

    THE NATIONAL SETLIST
    1)    Dont swallow the cap
    2)    I should live in salt
    3)    Sea of love
    4)    Bloodbuzz ohio
    5)    Sometimes i dont think (new song)
    6)    The day I die
    7)    Hard to find
    8)    Peggy-o (Grateful Dead cover)
    9)    Afraid of everyone
    10)    Squalor Victoria
    11)    I need my girl
    12)    This is the last time
    13)    Find a way
    14)    The lights (new song)
    15)    Slow show
    16)    Pink rabbits
    17)    England
    18)    Graceless
    19)    Fake empire
    20)    About today

    Encore

    21)    I’m gonna keep you (new song)
    22)    Mr November
    23)    Terrible love
    24)    Vanderlyle crybaby geeks

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