• Sei qui dentro

    di Luigi Mauriello

    Fai un catalogo delle stazioni al tramonto. Non è una conta, ma il nutrimento di un rito. Lascia che lo sguardo si infranga nelle cerchie di teatri umani itineranti. La polvere va scacciata, via da quella che al di là dal vetro è una girandola di atmosfere felliniane. È pazienza, è tessere fili con dovizia certosina. Un concetto che ti sarà passato in mente senz’altro, o forse no, poco importa. Comunque succede, credimi. Succede e tu forse non lo sai ancora. Ma ci sono capelli che ad accarezzarli riportano a dei fili di perle, è quello è un bell’esempio di pazienza e silenzio. La prossima volta che senti nominare il settimo cielo, considera quest’opzione.

    Sei qui dentro. Lamiere, nient’altro che produzioni dei tuoi tempi. Solo tre anni prima, guardare i tuoi polpastrelli ansimare su un vetro non figurava certo nella classifica delle esperienze decisive della tua esistenza. A livelli diversi, è l’altro nome che certi parolieri hanno dato ai sogni.

    C’è quel mattone cartaceo che non devi perdere di vista. L’hai violentato, a colpi di matita, perché così ti hanno insegnato. Pagine che guardano dal basso lo splendore della data che vai segnando, come una vaccinazione. L’hai visto fare, non c’è niente di originale. Hai letto da qualche parte che, durante i mesi incredibili che lo hanno accompagnato nella lettura di Infinite Jest, Jonathan Franzen si alzava dal letto, o dal divano in giardino, smetteva per un po’ di leggere e andava a passeggiare con il cane o cose così. Oppure, portava gli occhi oltre le fessure e il suo campo visivo se ne fotteva dei confini. Diceva che era un romanzo da intossicazione, dovevi fare necessariamente delle pause. Alzarti, passare giorni a pensare, e le illuminazioni ti arrivavano sotto la doccia, alla cassa del supermercato o a fissare una pianta nell’asfalto. A te piace molto questa cosa delle pause. Ora sei qui dentro, e sei in pausa.

    La periferia, se rovesci i conti, fa parte di un ritmo, la resa indistinta di ogni pensiero. Lo stesso che ti capita quando posi il culo su un foglio di marmo, una sezione aurea piantata nella città che prendi a fette con le suole tutti i giorni. Lì ti sei seduto stamattina e hai ricominciato dall’inizio con la maledizione del libro. Sotto di te, sotto la panchina, le cicche, l’humus alterato, la composizione chimica del cemento, il rame, il pensiero dei furti di rame, la resistenza dell’aria e il pensiero delle resistenze che accompagnano due persone a fare quello che ci si sente e null’altro di più impavido e meraviglioso di questo, sotto di te c’è la metropolitana.

    Per reazione alla lentezza che la metro ti trasmette, complice le associazioni mentali, davanti a te, da destra a sinistra e viceversa si alternano pensieri come tratti asimmetrici di pastelli a cera che partono dal centro di uno spazio bianco. Un sacco di immagini che hai deciso di raccontare un’altra volta. Per dirne un paio, ti accorgi che la prima città che che hai preso a colpi coi sensi è New York, dall’alto di un grattacielo di placenta. L’altra sono le cose impossibili che succedono ad agosto, il valore immenso persino di un’insolazione se dall’altra parte c’era Nabokov ad aspettarti su una terrazza. L’hai capito soltanto un’estate dopo perché ti hanno sgridato così tanto, mentre lo leggevi, Nabokov. Il libro è lì, adesso, un altro, prosegui.

    Stai cercando di definire cosa è giusto è sbagliato, cosa è ancora possibile e cosa non lo sarà mai, il limite di destinazione delle tue carezze, il prossimo posto che vedrai lontano dalla benedizione delle scale mobili del sistema trasporti che ti è stato assegnato per sorteggio, che disegno avrà la fine di una mancanza temporanea, che cosa vuoi veramente fare e se quello che hai fatto vale qualcosa. Ti inventi da capo a piedi, perché c’è senso a fissare due occhi sul percorso di un altro braccio, e questa è un’altra cosa che ti chiedi. Mentre lo fai vivi, scheggia più impazzita dei tagli sulla periferia.

    Adesso non c’è niente che non va. È tempo di indossare una muta e incunearti negli anfratti, rovesciare gli emisferi, cambiare posto ai coralli e alle costellazioni. Sei qui dentro.