• TI RI TI TI TEEN!

    di Dario Cetta

     

    But if you are feeling sinister
    Go off and see a minister
    Chances are you’ll probably feel better
    If  you stayed and played with yourself

    (Belle and Sebastian – If you’re feeling sinister 1996)

    Luglio, 1996. Le 17 e 05. Sei a Londra e nemmeno per l’anticamera del cervello ancora hai realizzato che ti sei perso. Chissà in quale cazzo di strada della City stai. Albori di uno strunzillo. Quindici anni e mezzo di una massa di capelli che finalmente inizia a sconcicarsi. E con chi te la vuoi pigliare se ti dovevi comprare nel negozio underground la maglietta ad una sterlina dei Pearl Jam? Eh, non c’è che dire, ti sei cacciato in una bella marmellata. Il resto della comitiva è già sulla corriera del ritorno. Risultato? Sei rimasto da solo come uno stronzo. Ora la strada per il college la puoi chiedere alla faccia pupazzata di Eddie Vedder sulla T-shirt.

    Luglio, 1996. Oggi pomeriggio le nuvole sono finalmente nude. Un’ambulante indiana si è incazzata ché hai tentato di fotografare il suo banchetto. Ti ha inveito contro e tu, per timidezza o per altro, hai alzato gli occhi al cielo come un fesso. Quell’azzurrità tersa aveva la forma del tuo sguardo. In fondo perdersi non risulterà essere così grave. T’arrenderai finalmente a scegliere da che parte stare. D’altronde è passato solo uno sputo di due anni da quando esci da casa e non dici più a tua mamma i cinque o sei luoghi dove può venire a ritrovarti. Vai al liceo col tuo sì piaggio tutto scassato. Ricordi? Stavi tornando da lezioni di basso quel 28 marzo del 1994. Erano anni in cui per non farti suonare da un complesso d’inferiorità dovevi passare svariati pomeriggi in un garage con gente che puzzava di brutto. C’erano migliaia di cover band nel raggio di 8 kilometri. Ci si applicava alla geometria solamente quando si discorreva della propria ragazza immaginaria. La suggestione era in gestazione. L’unico miracolo italiano che conoscevi erano le cosce bianche e tornite della tua supplente di storia dell’arte. Tuo padre, invece, quel giorno si nascondeva dietro occhiali neri. Ti disse che era come se gli avessero fatto una grande mazziata. Della gioiosa macchina da guerra restava un mestissimo uomo solo e la sua resa. La discesa in campo per riflesso ti era andata di traverso. Silvio Berlusconi ti aveva toccato a papà. Un mese dopo, il 25 aprile, alla manifestazione per la Liberazione, venne giù tanta di quell’acqua che pensasti che pure Gesù Cristo era diventato forzaitaliota. Va bene, sì, forse era una difficile fase storica.

    Così ne hai fatto una questione personale e hai iniziato a millantare una vita militante.  Nell’autunno 1994, tuo luogo d’elezione divenne la battaglia per la scuola e per la pubblica istruzione. Ti sentivi come il nipote prediletto di Anna Kuliscioff. I maggiori portatori d’ingiustizia sociale erano, per te, gli appassionati di rap. Te la ricordi la tua faccia rossa, rosa di  collera, quando li vedevi con le ragazze più belle della scuola?  Promuovevi, in quei mesi, la lotta per la liberazione dai capelli unti dei B-Boys. Tutto diventava smania, affanno ed agitazione. Era un continuo correre coi tuoi sbalzi d’umore. I giorni e i perdigiorno si infittirono e i vaffanculo pure. Si prendeva tutti a male parole e le notti erano saliscendi e bruciapeli d’amore. I Sonic Youth, però, non erano Bob Dylan, e Joan Baez c’aveva già più di cinquant’anni. Lo spazio era minimo ed eravate già fuori tempo massimo. Perciò, quando dalla finestra della stanza del preside srotolaste il vostro striscione, venne fuori la parola OKUPAZIONE. Una “K” barricadera valeva quanto una doppia “C” clerico-fascista. Erano le tesi di aprile di chissà quale analfabeta dell’insurrezione. Ritenesti molto meglio tornare al doposcuola prima della Rivoluzione. Così, ora sei qui tutto solo e ok, finalmente, ti sei reso conto che ti sei perso. Una smorfia te ne tira un’altra. Prima che arrivi la terza realizzi che ora di muoversi e pensi al da farsi. Ti apri un varco nella folla quasi come se volessi squarciare qualcosa che ti tiene inchiodato alla tua esitazione. Arrivi alla fermata dell’autobus. Biascichi qualche parola in inglese. Chiedi informazioni su un autobus per il quartiere di  Totthenam. Un ragazzo di colore ti sorride. Dice che ci pensa lui. Ti indicherà lui il bus giusto. Tu, per un attimo ti senti due volte fuori luogo. Per la prima volta hai a che fare con una cosa che si chiama altruismo universale. E quasi quasi, ti viene da sorridere, perché non li avevi mai fatti i conti col dovere affidarti. Tu eri quello che i testi delle canzoni dei Doors se li traduceva da solo. Non ti eri mai fidato delle traduzioni a fronte.

    Il double-decker bus arriva e tu ti ci ficchi dentro. Ti vai a  sedere e la tua compagnia diventa un  “Daily Mirror” della giornata lasciato su un seggiolino. Apri le pagine a caso. Gli occhi ti cadono su un’intervista di Damon Albarn che parla di Cobain. Dice che Kurt si è sucidato perchè fondamentalmente giocava poco a calcetto. Socchiudi le palpebre e dormi per tre minuti. Quando li apri non resta che affidarti ai tuoi santi del momento. La tua vita è stata fino ad allora un’ascesa ed un crepuscolo di Dei. Non ti ricordi più a memoria l’atto di dolore. “Mio Dio mi pento e mi dolgo…” e poi qualcos’altro che è svanito. Opti per il testo di Lithium ad libitum. Poi ti metti a pensare alla tua primavera, alla primavera che non era lontana prima di quest’estate londinese. Quando, in quei pomeriggi di Maggio, anziché startene a casa a studiare agli ordini di una signora truccata di falso che preferiva l’ignoranza a tutto il resto, ti mettevi in sella alla tua Mountain Bike te ne andavi sopra Santa Lucia. La tua professoressa di italiano ti toccava la nervatura mentre era altro che avevi bisogno di smuovere. Così ti portavi appresso quel libro edito da una piccola casa editrice indipendente che per te era stato fulmini e saettate. Era un grandissimo quello che lo aveva scritto. Avevi comprato il libro una sera dopo averlo visto su Videomusic. Non potevi credere che uno scrittore potesse avere solo cinque-sei anni più dei tuoi. Hai cominciato da questo libro e poi sei salito e ridisceso per tanti visi, suggestioni e paesaggi che ti hanno reso così diverso da poter finalmente ritrovarti con te stesso. Sei venuto su con Pier Paolo e Pier Vittorio. Eravate proprio una bella famiglia. Tu la conoscevi bene Stefania quando si tolse la parrucca e guardava fuori da casa sua?

    Da lontano sembra la facciata esterna del tuo college. Acceleri il passo e sei un deserto nei pensieri. I tuoi occhi sono risucchiati nel tuo viso. E’ la facciata del college. Giri il collo e ti riprendi la facoltà di guardare. Una signora con le buste della spesa è dall’altra parte della strada. Non sai perché ma ti ricorda il “Colore Viola” di Spielberg. All’ingresso, il custode ti prende in giro mettendosi sull’attenti. Tu lo passi, quasi sei una corsa. Dentro, nel grande prato verde che ti divide dagli appartamenti degli altri studenti, sei sicuro che ci troverai ad aspettarti Sherlock Holmes, Scotland Yard o quanto meno la tua tutor in apprensione. Non c’è nessuno. Tu fai finta di niente, sei lì per studiare, non per far brutte figure. Sulla scalinata che porta all’aula della musica c’è Vasiliki che piange. Non lo fa per te ma perché Robbie Williams è uscito dai Take That. Ti arriva un pallone ai piedi. E’ Kostas. Tu gli dici che scendi subito. Il tempo di andare a metterti le scarpette.

    Stammi bene.